REPORTAGE DA CORLEONE DI ENRICO BENETTON

28 settembre ore 07:15
Alla fine, grazie a Totò che mi ha scarrozzato avanti e indietro per Corleone, abbiamo raggiunto Punta Raisi, dopo un viaggio fatto di buche, strade dissestate, fango e camion della raccolta dei rifiuti finiti fuori strada che hanno rallentato il mio itinerario di ritorno a casa. Ora sono qui all’aeroporto di Palermo un po’spaesato perché tra 30 minuti parte il volo che mi riporterà a casa e io non ho ancora capito dove devo imbarcare i bagagli da stiva. Una volta salito a bordo, complice il grande quantitativo di caffè in corpo e il rumoroso dormire del signore seduto di fianco a me, ho tutto il tempo per ripensare all’esperienza appena conclusa. Devo ammettere che non è stato facile arrivare alla fine. Prima di partire, ogni volta che dicevo a un amico o a un conoscente tra Padova dove vivo e Forlì dove studio, che sarei andato a fare un tirocinio a Corleone, le risposte erano sempre occhi sgranati o facce meravigliate e preoccupate per la mia scelta. Questo accede di base, perché tutti abbiamo un’idea distorta di ciò che non conosciamo. Sicuramente i media non aiutano e nemmeno di conseguenza le dicerie della gente che associa Corleone alla mafia e stop, fine, non c’è spazio per nient’altro; si pensa che per forza se si è di Corleone, si sia di conseguenza legati alla mafia. Il primo impatto con la nuova realtà, è stato abbastanza traumatico anche per me; abituato agli agi che ho a casa, ho dovuto affrontare una realtà a cui non ero abituato, ma che alla fine si rivelata piacevole e avventurosa. Consiglio di non sbagliare mai il nome del destinatario di un pacco. Dopo un primo periodo di assestamento e di presa di coscienza della realtà attorno, è iniziato il vero e proprio tirocinio volto ad indagare fenomeni quali l’infiltrazione mafiosa nella filiera agroalimentare e il fenomeno del caporalato che è una possibile fattispecie legata alla criminalità in ambito alimentare. Queste 5 settimane di permanenza tra le cime corleonesi, mi hanno permesso di entrare in contatto con un sacco di persone che cercano di cambiare la fama che attanaglia questa cittadina. L’etichetta che si porta dietro chiunque appartenga a questo paesino in provincia di Palermo, si ripercuote anche sul mercato di vendita per i piccoli produttori e artigiani dove non conta più la qualità del prodotto, ma viene tenuta maggiormente in considerazione la provenienza del prodotto che richiama la precedente questione della stigmatizzazione. Grazie all’associazione “Fior di Corleone” ho conosciuto artigiani locali e produttori agricoli che tramite il lavoro onesto cercano di invertire questa rotta che vede Corleone solo come mafiosa. Persone che come Loredana o Luigi si svegliano quando l’alba deve ancora sorgere e si recano nella propria attività per fornire un prodotto fragrante, legale e soprattutto facendosi rappresentanti di lavoro onesto. A loro aggiungo anche i vari imprenditori agricoli che se ne vanno di notte fino a Palermo a vendere il frutto del raccolto e che mi hanno permesso di vedere i meccanismi che regolano i grandi centri di distribuzione ortofrutticola. Un sentitissimo ringraziamento va obbligatoriamente alla Camera del lavoro di Corleone, dove ho conosciuto Cosimo e Caterina, 2 figure giovani e briose che lottano per migliorare le condizioni dei braccianti e dei più deboli con il Sindacato di Strada e con il lavoro di sportello che offrono nei loro uffici. Grazie alla loro ospitalità ho potuto continuare la stesura della mia tesi e ho trovato valide argomentazioni ai miei dubbi e alle mie domande. Un sentito ringraziamento va anche a chi mi ha fatto sentire a casa a 1500 km di distanza, standomi vicino nei momenti di smarrimento e di difficoltà e trovando la parola giusta nel momento di bisogno.
Altra figura utile nel mio percorso, per inquadrare i fenomeni di indagine e anche per contestualizzarli è stato Padre Luca, un amico prima che un sacerdote che mi è stato vicino e mi ha accompagnato nel suo tempo libero, fornendomi materiale utile alla ricerca e indicandomi i contatti di chi avrebbe potuto essere d’aiuto nella mia esperienza di tirocinio. Questa, è stata inoltre resa migliore dalla conoscenza di un gruppo di volontari provenienti dalla Toscana, con cui per una settimana ho condiviso attività di legalità e conoscenza delle  diverse sfaccettature della realtà corleonese passate e presenti che ci hanno portato a interfacciarci oltre che con i membri dell’associazione “Fior di Corleone” anche e soprattutto con chi le storie della mafia le racconta ogni giorno come le volontarie del CIDMA (centro internazionale di documentazione sulla mafia e del movimento antimafia) e come Placido Rizzotto, nipote del sindacalista ucciso nel 1948 che porta lo stesso nome dello zio e di cui condivide gli stessi ideali di lotta. Durante queste giornate abbiamo avuto l’onore di incontrare anche un altro simbolo della lotta alla mafia e della promozione alla legalità come Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, nel giorno del 36° anniversario dell’agguato in cui perse la vita il padre.
Di queste settimane porterò dentro di me sempre un buon ricordo arricchito dalla disponibilità delle persone con cui mi sono confrontato e consapevole della volontà e dello spirito di cambiamento che aleggiano attorno alla realtà corleonese.

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